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Oltre i tabù – Antonio Delle Rose e Paolo Monina
Prorogata fino al 28 febbraio la mostra dedicata al tema dei sentimenti negati dalla paura e dai dolori.

Dal 25 novembre al 28 febbraio 2019 la galleria SpazioArte della Fondazione A.R.C.A. dedica una mostra al tema dei sentimenti negati dalla paura e dai dolori. L’esposizione dal titolo OLTRE I TABU’ – Antonio Delle Rose e Paolo Monina, due importanti artisti del panorama marchigiano.  L’evento espositivo può raccogliere l’interesse di un pubblico di giovani che desidera approfondire i percorsi inconsapevoli dell’anima, grazie al linguaggio della fotografia, dell’arte informale o della pittura figurativa. La commistione espressiva tra fotografia e pittura è spesso impiegata dal cinema che ha sviluppato uno stile pieno di assonanze con altri linguaggi espressivi. Il vernissage è fissato per il 25 novembre alle ore 18.00; interverranno il presidente della fondazione Francesca Pongetti ed il curatore della mostra Andrea Carnevali, l’evento sarà accompagnato dalla letture di poesie di Umberto Saba, Amelia Rosselli, Dario Bellezza e Alda Merini, a cura dell’attore urbinate Roberto Rossini.     

L‘esposizione, che è affrontata in una combinazione di due stili diversi, intende leggere interiorità del pittore Antonio Delle Rose e del fotografo Paolo Monina grazie alle opere del percorso espositivo dello SpazioArte.  Tutt’e due sono importanti personalità del panorama artistico marchigiano che hanno voluto raccogliere la sfida di esporre in uno spazio piccolo nel cuore di Senigallia, ma non certo tra i più prestigiosi della città. 

Il tema dei fiori di questa mostra è ispirato a Gina Pane, artista francese che lavorò sul concetto di amore come esperienza di amara disperazione.  La sofferenza, che può essere legata ad un sentimento forte, fu da lei affrontata in una sorta di performance dal titolo Azione sentimentale (1973) allestita presso la Galleria Diaframma di Milano.  Il progetto espositivo dello SpazioArte è stato sviluppato tenendo in considerazione i lavori degli anni ’80 quando l’artista non ha più utilizzato il suo corpo nelle installazioni, ma ha incominciato ad accostare materiali differenti, facendo emergere dal suo lavoro la sofferenza fisica e morale da cui lo spettatore tendeva a scappare. Un interessante articolo del 2009 di Salvatore Maresca Serra ha aperto una riflessione sul dolore e sul pensiero negativo come evoluzione della filosofia di Shopenhauer. Ragionando su questo tema, Antonio Delle Rose e Paolo Monina hanno voluto esplorare nuove forme di ricerca in cui l’intervento artistico possa dare delle risposte alla vita di tutti i giorni, ossia al superamento dell’isolamento della malattia, del dolore oppure dell’esclusione sociale. L’arte cerca di correggere la paura di poter sbagliare, imponendo a se stessi dei divieti forti che diventano tabù. 

Le rose del pittore pesarese, piene di spine, possono ferire e creare delle lacerazioni alla meno od alle braccia.  Il bel fiore si trasforma in un’arma di sofferenza, quando tentiamo di cogliere una rosa perché gli aculei entrano nella nostra pelle (se non facciamo attenzione).  Questa ipotesi di interpretazione dei dipinti di Antonio Delle Rose in questa mostra può essere letta in una chiave leopardiana: “ non c’è uomo così profondamente persuaso della nullità delle cose, della certa e inevitabile miseria umana, il cui cuore non s’apra all’allegrezza anche la più viva…” (Zibaldone, 2 gennaio 1829). Ossia l’uomo si vuole avvicinare alla rosa che rappresenta il bello ed il sublime, ma il dolce incanto si spezza subito al contatto con il dolore delle spine delle rose che proteggono il gambo affinché non venga reciso e muoia il fiore. Le calle adagiate a terra o sul tavolo fanno pensare a dei corpi inermi che hanno rifiutato di continuare a vivere. Questo tema riflette l’istinto artistico di Paolo Monina che sente molto vicino il surrealismo e lo stile di Man Ray. L’effetto pittorico e patinato di toni violacei o blu cede ancora più rarefatto l’ambientazione in cui è stato posto il mazzo di fiori. Grazie alle fotografie di Paolo Monina  si amplifica di più il sentimento della negazione e del rifiuto tipico di chi non ammette qualsiasi forma di emancipazione sociale o affettiva. Pertanto all’individuo non rimane che accettare inerme e in solitudine qualsiasi cosa perché non rimane all’uomo che guardare!

 

 

 

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